Sogni di futuro e bacche di uva spina. L’incontro tra CRISTINA e RIAD.

21 dicembre 2009

Ogniqualvolta vado da lui, Riad mi accoglie con un sorriso; intento a leggere un giornale o ad ascoltare la radio, mi aspettava: “Quand le cours, Cristina?”. Mi siedo, apro la borsa e sistemo fogli e materiale da cancelleria sul tavolo: il corso di italiano inizia. È sveglio e intelligente Riad, vuole imparare il più possibile; alterno lezioni di grammatica a letture di brani tratti dalle riviste e dai quotidiani messi a sua disposizione, che possano offrire spunti per discussioni e confronti. Gli spiego, assegno esercizi, ascolto e correggo la sua pronuncia.
Ho detto a Riad che mi era stato proposto di scrivere un articolo per “Storie di questo mondo”, nel quale avrei dovuto raccontare un po’ di lui e di me. Gli ho detto anche che avremmo dovuto scattare delle foto perché l’articolo sarebbe stato accompagnato dalle immagini dei nostri volti: ha riso divertito, era d’accordo ma ci teneva a sistemarsi i capelli prima, voleva apparire in ordine. Sono riuscita pure a rubare qualche scatto del suo viso fuori dalle pose. Riad non ama parlare di sé ed io non amo forzare la riservatezza altrui. Mi aveva detto di essere il primo di sette figli, di dover percorrere da Algeri, tre volte a settimana, duecentoquaranta chilometri per raggiungere un ospedale di provincia dove poter effettuare l’emodialisi che lo tiene in vita. È venuto in Italia con la speranza del trapianto, e ha presentato domanda d’asilo.
Mi ha raccomandato di scrivere che ha lasciato l’Algeria perché nel suo paese ha rischiato più volte di morire: gli è capitato di dover girare inutilmente alla ricerca di un ospedale pubblico disponibile ad effettuargli la dialisi. Le cliniche private, infatti, sono un’alternativa solo per coloro che possiedono la tessera dell’assicurazione sanitaria, come negli Stati Uniti, di cui lui è privo perché non assicurato.
Lo guardo e mi chiedo se riuscirà a trovare la lucida determinazione e la forza feroce che gli saranno indispensabili per raggiungere il suo obiettivo, se il suo proposito rimarrà sempre fermo e non naufragherà davanti alle mille difficoltà legate all’inserimento di uno straniero, per di più bisognoso di cure costanti, in un altro paese.
Mi chiedo, nel caso in cui dovesse riuscire a stabilirsi in Italia, se arriverà mai il giorno in cui desidererà ritrovare, nei suoi giri quotidiani, i luoghi e i volti familiari che ha lasciato per il sogno, o l’illusione, di un futuro migliore.
Penso a una siepe d’uva spina dalle bacche mature in un giardino che non vado più a trovare da anni in Polonia, il mio secondo paese, e alle passeggiate nelle foreste di betulle e attraverso i campi di grano, mentre percorro il vialetto di pini e acacie che mi porta fuori dal Centro, verso la macchina, e poi a casa.

Cristina Bajorek

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  1. Mon dieu.

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